Cavi d’acciaio contro gli enduristi, nuovo caso in Sardegna
Ancora un cavo d’acciaio teso sui sentieri contro i motociclisti off-road. L’ultimo episodio è avvenuto in Sardegna, a Sinnai, dove un endurista tesserato FMI è rimasto ferito dopo aver urtato un filo metallico posizionato ad altezza uomo: un fatto grave che riaccende l’allarme sicurezza sui percorsi fuoristrada.
L’episodio a Sinnai: cavo teso sul sentiero
Il 1° settembre, in località Cirronis nel territorio di Sinnai (CA), un appassionato di enduro del Moto Club Fluminimaggiore stava percorrendo un sentiero quando si è trovato improvvisamente davanti un cavo d’acciaio di circa 3 millimetri di spessore, teso tra due alberi. Il filo, posizionato ad altezza del busto, è risultato pressoché invisibile fino all’impatto.
L’urto ha provocato la caduta del motociclista, che ha riportato escoriazioni e contusioni ma, per fortuna, nessuna conseguenza permanente. La moto ha invece subito danni significativi. Le dinamiche segnalano con chiarezza la potenziale letalità di un ostacolo di questo tipo, soprattutto considerando le velocità tipiche della guida in fuoristrada.
Subito dopo l’accaduto è stata sporta denuncia al Corpo Forestale, con la richiesta di individuare i responsabili dell’installazione del cavo e fare piena luce sulle circostanze del gesto. La collocazione del filo e la sua natura difficilmente lasciano spazio all’ipotesi di un errore: si tratta di un’azione deliberata, con possibili risvolti penali molto seri.
Reazione della FMI: atto criminale contro l’enduro
L’episodio ha suscitato una condanna unanime da parte del Comitato Regionale FMI Sardegna e della Federazione Motociclistica Italiana. La Federazione sottolinea come non si tratti di un caso isolato, ma di un nuovo capitolo in una serie di gesti ostili contro chi pratica l’enduro in maniera regolare e nel rispetto delle norme vigenti.
Il presidente FMI Giovanni Copioli ha definito il fatto un gravissimo episodio contro la legittima pratica dell’enduro, esprimendo vicinanza al tesserato coinvolto e annunciando l’intenzione di esercitare la massima pressione sugli organi di giustizia affinché i responsabili vengano identificati e puniti. La posizione della Federazione è netta: azioni di questo tipo non sono semplici atti di intolleranza, ma veri comportamenti criminali che mettono a rischio l’incolumità delle persone.
La FMI ribadisce inoltre il valore dell’attività fuoristrada svolta in modo regolamentato: dietro a ogni uscita ci sono moto in regola, tesseramenti, club strutturati e percorsi spesso condivisi da anni con le comunità locali. Colpire questi utenti significa attaccare una pratica sportiva riconosciuta, non un fenomeno abusivo o clandestino.
Sicurezza sui sentieri e convivenza sul territorio
Il caso di Sinnai riporta al centro il tema della sicurezza sui tracciati off-road, dove motociclisti, ciclisti, escursionisti e operatori agricoli condividono spesso gli stessi spazi. Il conflitto latente che talvolta oppone parte del territorio ai praticanti dell’enduro non può in alcun modo giustificare l’uso di ostacoli pericolosi come cavi, fili o altri sistemi di sbarramento improvvisati.
In contesti rurali e boschivi, i fili metallici vengono talvolta utilizzati per recinzioni o delimitazioni, ma quando sono tesi in punti non segnalati e in altezza compatibile con il passaggio di una persona o di un motociclista diventano una vera trappola. La responsabilità di chi li installa non è solo morale, ma anche giuridica.
Per ridurre i rischi e favorire una convivenza più serena sul territorio è fondamentale che tutti gli attori coinvolti facciano la loro parte:
- i motociclisti devono rispettare norme, proprietà private e aree interdette
- chi vive e lavora sul territorio non deve ricorrere a barriere pericolose
- le istituzioni locali possono facilitare percorsi condivisi e regolamentati
- le associazioni di categoria possono mediare tra esigenze diverse
- le forze dell’ordine devono intervenire con decisione sui casi più gravi
L’auspicio del movimento motociclistico è che l’episodio di Sinnai non resti senza risposta e contribuisca ad alzare il livello di attenzione su un fenomeno che, se sottovalutato, rischia di avere conseguenze drammatiche. La tutela della pratica dell’enduro passa anche dalla difesa concreta della sicurezza di chi la vive ogni weekend sui sentieri.