Erika Stefani: sicurezza, cultura e inclusione sulle due ruote

La moto come passione di famiglia, strumento di libertà ma anche responsabilità e inclusione. Erika Stefani, Ministro per le Disabilità, ha raccontato il suo legame con le due ruote e la sua visione sulla sicurezza stradale e sulla mototerapia, intervenendo al MotoFestival di moto.it.
Dall’infanzia in sella ai pregiudizi da adolescente
Stefani ricorda che il primo contatto con la moto è arrivato prestissimo, grazie al padre: a sei anni, insieme al fratello più piccolo, imparava a usare un cinquantino a marce girando intorno al salumificio di famiglia. Un inizio decisamente controcorrente per la metà degli anni Settanta, quando mettere “in moto” una bambina non era affatto scontato.
Quella passione l’ha accompagnata poi nell’adolescenza, non senza qualche sguardo storto. All’epoca, una ragazza in moto veniva spesso percepita come qualcosa di anomalo; Stefani parla di un pregiudizio mai del tutto esplicito ma comunque avvertito. Nonostante ciò, l’amore per la guida non si è mai spento, anzi: è diventato una parte importante della sua identità personale.
Alle donne che oggi si avvicinano sempre più numerose al motociclismo, il Ministro lancia un messaggio chiaro: la moto non è solo estetica o immagine, ma richiede impegno e consapevolezza. Serve rispetto per il mezzo, per le proprie capacità e per i limiti oggettivi che entrambe impongono.
Limiti, imprevisti e responsabilità sulla strada
Uno dei cardini del racconto di Stefani è l’educazione ricevuta dal padre: conoscere il limite della moto e il proprio. Solo accettando questi confini si può guidare in sicurezza. Per il Ministro, infatti, andare in moto non è difficile di per sé, ma la vera differenza la fa la capacità di affrontare l’imprevisto.
Un bagaglio di esperienza che, nel suo caso, è stato costruito lontano dall’asfalto, con anni di enduro nei boschi. Terreni sconnessi, aderenza incerta, reazioni improvvise della moto: elementi ideali per imparare a gestire l’emergenza, mantenere il controllo e non farsi cogliere di sorpresa quando qualcosa va storto.
Da qui l’insistenza sulla cultura della moto. Per Stefani, l’approccio corretto è simile a quello dell’alpinismo: come si rispetta la montagna, così va rispettata la moto. Questo significa formazione, prudenza, ma anche uso rigoroso delle protezioni: giubbotto tecnico e paraschiena diventano per lei imprescindibili persino per il tragitto più banale.
Un altro fronte caldo è il rapporto con gli automobilisti e con chi guida altri veicoli. Il Ministro sottolinea come spesso chi è al volante non percepisca la fragilità del motociclista, soprattutto in situazioni come le curve chiuse o i sorpassi azzardati. Un errore di valutazione può trasformarsi in un frontale per chi è su due ruote, con conseguenze potenzialmente fatali.
Tra i nemici contemporanei della sicurezza, Stefani individua in modo netto l’uso del telefono alla guida. Lo definisce disastroso, al punto da essere “la morte” per i motociclisti: molte cadute e collisioni nascono da automobilisti che tagliano la strada perché distratti dallo schermo. In questi casi, chi è in moto non può prevedere l’improvvisa manovra di chi ha lo sguardo sul display.
Non meno importante il tema delle infrastrutture: guard rail, paracarri e altri elementi stradali che, se non progettati o adeguati tenendo conto dei centauri, diventano essi stessi fattori di rischio. Nella visione del Ministro, la strada non dovrebbe mai aggiungere pericolo a chi la percorre su due ruote.
La moto come strumento di rinascita e inclusione
Nel ruolo di Ministro per le Disabilità, Stefani ha avuto modo di entrare in contatto con molte storie in cui la motocicletta diventa veicolo di rinascita. Persone che, dopo incidenti gravi, hanno trovato la forza di tornare in sella, affrontare le proprie paure e ricostruire un equilibrio di vita grazie alla passione per le due ruote.
Particolare attenzione viene dedicata alla mototerapia, un insieme di progetti in cui piloti e motociclisti portano in moto ragazzi con disabilità, come passeggeri. Iniziative che, secondo il Ministro, mostrano con evidenza il potere emozionale del motociclismo: il semplice suono del motore, l’accelerazione, il vento addosso riescono ad accendere gli occhi e il sorriso anche di chi vive condizioni di grave disabilità.
Stefani racconta come, durante queste esperienze, sia evidente la stessa scintilla che anima ogni appassionato: il battito accelerato, l’emozione di stare in sella, la sensazione di libertà. Un linguaggio universale che abbatte barriere fisiche e culturali, avvicinando mondi che troppo spesso restano separati.
La sua testimonianza al MotoFestival sintetizza così un approccio globale alle due ruote, che tiene insieme quattro elementi fondamentali:
- passione, nata in famiglia e coltivata nel tempo
- rispetto dei limiti propri e del mezzo
- cultura della sicurezza, dalle protezioni allo stile di guida
- attenzione alle fragilità, con la moto come strumento di inclusione
Per il Ministro, il futuro del motociclismo passa da qui: meno superficialità e distrazioni, più formazione, infrastrutture pensate anche per i motociclisti e iniziative capaci di trasformare una passione individuale in un’esperienza condivisa e accessibile.