Lucio Cecchinello, una vita tra box e paddock

Quando da ragazzo entrò per la prima volta nel paddock del Motomondiale, circondato da camion, camper, piloti come Loris Reggiani, Luca Cadalora, Wayne Rainey, John Kocinski e da Kenny Roberts ormai dirigente, Lucio Cecchinello capì che quello sarebbe stato il suo mondo. Il rombo dei due tempi riscaldati dai meccanici gli mise i brividi: in quell’istante decise che avrebbe passato la vita in pista.
Dai primi motorini al debutto nel Motomondiale
Oggi molti lo conoscono soprattutto come team manager della squadra MotoGP Honda LCR, ma il percorso di Cecchinello è unico nel panorama del motociclismo: meccanico, pilota, poi proprietario e direttore di team.
Tra i suoi primi ricordi ci sono le uscite in scooter con il padre. Ogni accelerata, il vento in faccia, bastavano ad alimentare una passione crescente per le due ruote. Il padre, racconta Cecchinello, è stata la più grande ispirazione della sua vita: gli insegnò a usare gli attrezzi e ad aggiustare ciò che non funzionava.
Quando chiese un motorino nuovo, si vide arrivare a casa una carcassa recuperata da un autodemolitore. Ricostruire quel mezzo fu la sua prima vera esperienza nel ridare vita alle cose. Da lì, l’interesse per le motociclette crebbe senza sosta, nonostante il divieto dei genitori di partecipare alle gare, unico vero motivo di conflitto con il padre.
Impossibilitato a correre, il giovane Lucio sfogò la propria passione elaborando i motorini e le moto degli amici, in attesa di essere abbastanza grande da presentarsi in pista. Un percorso decisamente distante dai programmi strutturati dei piloti professionisti di oggi.
Allenamenti in zona industriale e l’esordio da privato
La carriera di Cecchinello nasce in modo artigianale. Con una Honda NS 125F, trasformò una zona industriale di Bologna nel suo personale circuito: girava cronometrandosi, manche dopo manche, alla ricerca di qualche decimo in meno. Aveva una moto che, dopo alcune modifiche, avrebbe potuto portarlo a correre, ma mancavano i soldi per affrontare le gare.
Per trovare una soluzione, sfruttò un espediente tutt’altro che convenzionale: la sua fidanzata voleva comprare una moto, così le vendette la sua NS 125F chiedendo poi di poterla prendere in prestito, elaborarla e iscriversi alle prime competizioni. Un accordo che, si intuisce dal modo in cui lo racconta, non corrispondeva esattamente alle aspettative della ragazza, ma che segnò l’inizio della sua carriera agonistica.
Dieci anni in 125 e un doppio ruolo in pista e al muretto
Da quei primi passi improvvisati al debutto nel paddock del Motomondiale passarono pochi anni. Cecchinello corse per un decennio nella classe 125, spesso con il doppio ruolo di pilota e direttore della propria squadra. In questo periodo conquistò:
- 19 podi nel Mondiale 125
- 7 vittorie iridate
Pur non avendo mai vinto un titolo mondiale, è ricordato come uno dei protagonisti più costanti e competitivi della categoria.
Dal casco al muretto: nasce il Team LCR
Concluse le stagioni da pilota, Cecchinello trasferì l’esperienza maturata in pista nella gestione del proprio team, la struttura che sarebbe poi diventata il LCR Honda Team in MotoGP. La sensibilità tecnica ereditata dagli anni da meccanico e l’approccio pratico alla pista lo portarono a sviluppare un metodo di lavoro molto diretto con i piloti.
Forse anche per la sua storia di atleta privato, fu naturale per lui dare spazio a talenti giovani e bisognosi di un’opportunità. Emblematico il caso di Casey Stoner, accolto nel team quando aveva solo 14 anni.
Con Stoner, la squadra LCR visse un’ascesa rapidissima: insieme conquistarono il secondo posto nel Mondiale 250 del 2005, per poi approdare in MotoGP, dove arrivarono la prima pole position e il primo podio nella classe regina. Cecchinello non esclude che, senza quel passaggio nel suo box, la carriera del fuoriclasse australiano avrebbe potuto prendere una direzione diversa.
Il legame con Honda, dalla NS 125F alla MotoGP
La storia sportiva di Cecchinello è intrecciata con quella di Honda. Per lui, nella cultura motociclistica della sua generazione, chi guidava una Honda era il tipo giusto. Il marchio giapponese incarnava, e a suo giudizio incarna ancora oggi, la punta della tecnologia nel mondo delle due ruote.
Sin da ragazzo è stato un appassionato del marchio e ha sempre ammirato il lavoro di Soichiro Honda, al punto da rimpiangere di non averlo mai potuto incontrare. La sua prima moto a 16 anni, proprio una Honda NS 125F con carena sportiva e motore brillante, resta un pezzo che vorrebbe riavere nella propria collezione.
Non è un caso che sia stato proprio con Honda che il Team LCR ha raggiunto i traguardi più alti, sia nei campionati minori sia in MotoGP.
La vittoria con Crutchlow e le emozioni della MotoGP
Lucio Cecchinello non ha dubbi: vincere una gara da pilota genera un’emozione difficilmente eguagliabile. Ma anche il successo da team manager può essere travolgente. Rimane scolpita nella sua memoria la prima vittoria in MotoGP del suo team, con Cal Crutchlow, nel Gran Premio della Repubblica Ceca 2016.
Quella giornata viene spesso ricordata per il significato storico del risultato: fu il primo successo di un pilota britannico in MotoGP dopo 35 anni, dai tempi di Barry Sheene. Nel quartier generale del team, alle spalle della scrivania dove si tengono le riunioni, campeggia una grande stampa che ritrae Cecchinello mentre appoggia la fronte sul trofeo di Brno, in un misto di sollievo e incredulità.
Passione, tecnologia e il rifiuto di vendere il team
Dopo trent’anni vissuti tra box, paddock e circuiti di tutto il mondo, la motivazione di Cecchinello non sembra affievolirsi. A spingerlo è un intreccio di elementi: la passione per la tecnologia, la ricerca della massima velocità, la sfida contro il cronometro, la tensione prima del via e le celebrazioni per vittorie e podi. Un insieme di emozioni che, spiega, sente come parte integrante della propria identità.
Per questo motivo ha sempre respinto le offerte di acquisizione del team, ricevute più volte nel corso della sua carriera da dirigente. Non è una questione economica: i soldi, sottolinea, non possono comprare ciò che una gara motociclistica riesce a trasmettere.
La storia di Lucio Cecchinello, dai primi giri clandestini in zona industriale alla direzione di un team stabile in MotoGP, racconta un percorso difficilmente replicabile oggi. Unisce la manualità del meccanico, l’istinto del pilota e la visione del manager in un’unica figura, che continua a vivere la pista con la stessa intensità di quel primo giorno nel paddock del Motomondiale.