Dakar saudita, terza tappa tra canyon e sassi verso Neom

La terza tappa della Dakar 2020 in Arabia Saudita, con arrivo a Neom, ha messo alla prova piloti e navigatori con un percorso spettacolare ma tutt’altro che semplice. Tra canyon, pietraie e un waypoint fantasma sul GPS, la giornata ha segnato uno dei primi veri banchi di prova del nuovo capitolo mediorientale del rally.
Canyon da cartolina e pietraie insidiose
La speciale di oltre 400 chilometri si è sviluppata in uno scenario inedito per la Dakar, un mix tra Mar Rosso, Giordania e suggestioni da Colorado. Una lunga cavalcata in profondi canyon dal fondo sabbioso ha impegnato i piloti in una navigazione complessa, alternando tratti scorrevoli a sezioni più lente e tecniche.
Il finale ha alzato ulteriormente l’asticella, con piste letteralmente tappezzate di sassi che hanno imposto massima concentrazione fino all’ultimo chilometro. I rischi non sono mancati, soprattutto per chi forzava il ritmo in cerca del tempo, con il pericolo concreto di cadere tra le pietre a rovinare una tappa altrimenti perfetta.
Nonostante la durezza del tracciato, chi è riuscito a trovare da subito un buon passo ha visto scorrere via veloce la speciale, arrivando al traguardo stanco ma soddisfatto, con la sensazione di aver affrontato una delle giornate più belle sul piano paesaggistico.
Freddo in quota e strategia di recupero
La tappa ha portato i concorrenti su quote più alte, dove il freddo si è fatto sentire senza però diventare estremo. Una condizione che ha comunque richiesto attenzione nella gestione fisica e dell’equipaggiamento, soprattutto pensando alle giornate successive, quando la carovana scenderà verso il centro della penisola, lontano dal mare e con condizioni climatiche più dure.
Per molti piloti, tra cui Fabio Fasola, l’obiettivo è stato trovare il giusto compromesso tra ritmo e gestione delle energie, in un rally che richiede lucidità per diversi giorni consecutivi. Sentirsi bene in sella ha permesso di relegare la fatica in secondo piano, con la consapevolezza di avere ancora margine per recuperare nei momenti chiave della gara.
In questa fase iniziale della Dakar saudita, la gestione è tanto importante quanto la velocità pura: chi riesce a chiudere giornate impegnative come questa limitando i rischi, si costruisce un capitale prezioso per la seconda parte del rally.
Il caso del waypoint fantasma e lo sguardo alla quarta tappa
Il finale di giornata ha riservato un episodio emblematico delle difficoltà di navigazione in questa edizione. In prossimità di un waypoint, diversi concorrenti si sono ritrovati a “pascolare” in zona, alla ricerca del punto esatto. Di fronte al rischio di perdere minuti preziosi, c’è chi ha scelto di proseguire dritto, accettando la possibilità di una penalità come male minore.
La decisione si è rivelata corretta: il waypoint risultava segnato sul road book, ma non compariva sul GPS, alimentando confusione e rallentamenti. Un episodio che conferma quanto l’interpretazione del road book resti centrale, nonostante l’elettronica a bordo.
Alle spalle una tappa dura e completa, davanti un’altra giornata chiave. La quarta tappa prevede 220 chilometri di trasferimento e 453 di prova speciale verso Al-‘Ula, località che segnerà l’ingresso nel cuore del deserto saudita. Sarà una frazione in cui si inizierà “a fare davvero sul serio”, con distanze importanti e un terreno sempre più selettivo.
Per piloti e team la parola d’ordine, alla vigilia, è una sola: riposare e recuperare, perché la Dakar versione Arabia Saudita ha già dimostrato di non concedere nulla e di poter sorprendere, tappa dopo tappa, tanto dal punto di vista sportivo quanto da quello paesaggistico.
- Speciale di oltre 400 km tra canyon e pietraie
- Navigazione complessa con waypoint segnato solo sul road book
- Freddo moderato in quota, in vista di condizioni più dure all’interno
- Gestione delle energie già decisiva nelle prime tappe
- Quarta tappa: 453 km di speciale verso Al-‘Ula