27 Febbraio 2026

Leon Haslam, una vita intera dentro al paddock

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Per Leon il mondo delle corse non è stato una scelta tardiva né una scoperta improvvisa, ma l’ambiente naturale in cui è cresciuto. Figlio di Ron “Rocket” Haslam, uno dei nomi più noti del racing su pista, Leon ha respirato odore di benzina e gomma fin dai primi giorni di vita, trasformando nel tempo quella familiarità in una passione totale per le moto.

Dalle prime settimane di vita al primo manubrio

Haslam racconta di aver assistito al suo primo quando aveva appena sei settimane. Un ricordo che ovviamente non può essere nitido, ma che dice molto sul contesto in cui è nato e cresciuto. Le piste, i box, il rumore dei motori e il ritmo dei weekend di gara sono stati per lui lo sfondo costante dell’infanzia, al punto da diventare qualcosa di quasi scontato.

Nonostante questo, il suo vero interesse per la guida non è esploso immediatamente. In una famiglia in cui la figura di “Rocket” Ron è centrale, arrivare agli otto anni prima di mostrare una reale voglia di salire in sella è quasi considerato tardi. Un dettaglio che rende bene l’idea di quanto fossero alte le aspettative implicite attorno a lui e di quanto la dimensione delle corse fosse percepita come normale quotidianità.

La prima moto di Leon è stata una QR50, ricevuta quando aveva quattro anni. Un mezzo elementare, ma sufficiente per accendere un entusiasmo genuino. Haslam la ricorda come una compagna di gioco che gli ha regalato le sensazioni tipiche di quell’età: la gioia pura di muoversi, l’orgoglio di avere una propria moto, la scoperta precoce dell’equilibrio tra gas e controllo.

Da lì in avanti, l’orizzonte non è mai più uscito dall’orbita delle due ruote. Se la QR50 ha rappresentato il primo passo, il resto della sua storia sportiva si è sviluppato tra piste, prove, allenamenti e weekend di gara, seguendo un percorso in cui l’eredità familiare si è intrecciata a una motivazione sempre più personale.

Le moto come stile di vita quotidiano

Oggi, a 38 anni, continua a definire le moto come uno stile di vita più che come una professione. Non si tratta solo di competizioni su pista, ma di un rapporto trasversale con ogni disciplina che preveda due ruote e un motore. Nelle sue parole emerge una visione ampia: dalla guida su asfalto al fango del , passando per il e il flat track.

Per Haslam, l’allenamento e la carriera hanno trovato il loro centro sulla strada e nelle competizioni derivate di serie, ma la passione non si limita alle gare ufficiali. L’idea di correre anche su fondi bagnati, di cambiare superficie e tipologia di moto, racconta una familiarità totale con la guida, vissuta più come estensione naturale del proprio corpo che come attività professionale separata dalla vita di tutti i giorni.

Il suo approccio è quello di chi non ha mai considerato le moto come un semplice lavoro. Il lessico che utilizza è quello della fortuna e della gratitudine: sentirsi privilegiato per aver potuto trasformare una passione di famiglia in una dimensione quotidiana, senza soluzione di continuità tra infanzia, adolescenza e maturità agonistica.

Questa continuità emerge anche nella descrizione della sua carriera, che lui stesso paragona a tre vite sportive condensate in un’unica esperienza. Non è tanto una questione di risultati o statistiche, quanto di intensità: viaggi, stagioni, cambi di categoria e di moto, anni passati a vivere secondo il calendario delle corse. Un flusso quasi ininterrotto che ha reso naturale il passaggio dal figlio del pilota affermato al professionista affermato in prima persona.

Dalla casa di famiglia a museo delle corse

Il legame tra Leon Haslam, suo padre Ron e il marchio Honda attraversa gran parte della loro storia. Nel corso degli anni, i due hanno accumulato un numero considerevole di cimeli e ricordi legati alle competizioni: moto, parti speciali, tute, caschi, , oggetti di uso quotidiano riconducibili a stagioni e gare particolari.

Questa collezione privata ha finito per trasformarsi in qualcosa di più strutturato: un vero e proprio museo creato nella vecchia casa di famiglia. Non si tratta solo di un’esposizione di oggetti, ma di una narrazione visiva della vita dei due piloti, costruita attraverso ciò che hanno utilizzato, indossato o raccolto durante i decenni di attività nel mondo delle corse.

All’interno di questo spazio convivono la dimensione intima dei ricordi personali e quella pubblica della storia sportiva. Ogni elemento racconta un frammento di percorso: dagli inizi con la piccola Honda QR50 ai momenti più recenti della carriera di Leon, fino ai capitoli legati al suo ruolo di pilota ufficiale del Team HRC .

In un video dedicato, Haslam accompagna lo spettatore alla scoperta di questo museo domestico, spiegando come i vari oggetti si intreccino con la sua biografia e con quella di suo padre. È un modo per restituire al pubblico la profondità di una vita trascorsa nelle corse, andando oltre i risultati delle classifiche e lasciando emergere il lato umano, familiare e quotidiano di una carriera che, a suo modo, sembra davvero valere per tre.

La storia di Leon Haslam mostra come, in alcuni casi, la distinzione tra vita privata e vita sportiva diventi quasi impossibile da tracciare. Quando si nasce in un paddock, si cresce tra le moto e si continua a viverle come stile di vita, il confine si dissolve: rimangono le due ruote come filo conduttore, dalla prima gara vista in braccio ai genitori fino ai box del mondiale .