3 Marzo 2026

Natale, riti di passaggio e nuova frattura tra giovani e adulti

Natale, riti di passaggio e nuova frattura tra giovani e adulti

Viviamo in una società in cui l’assenza dei riti di passaggio tra le diverse età ha generato una fluidità che ha progressivamente eroso molte tradizionali classi di inclusione. La frattura tra generazioni non riguarda solo ciò che gli adulti fanno o non fanno per i giovani, ma tocca la stessa identità di questi due mondi: oggi, sostiene l’autore, gli adulti non sono più davvero adulti e i giovani non sono più davvero giovani.

Dalla società dei riti alla fluidità generazionale

Nella società tradizionale, almeno fino agli anni Ottanta, la separazione tra giovani e adulti era netta. Non si trattava solo di una questione anagrafica, ma di veri e propri percorsi di vita scanditi da riti di passaggio, gestiti e controllati dal mondo adulto.

Per i ceti più benestanti, il primo passaggio era l’esame di maturità, seguito dall’ingresso nel lavoro. Per i maschi si aggiungeva la leva militare, mentre il matrimonio rappresentava il completamento del percorso verso l’età adulta. Erano tappe codificate, riconosciute socialmente e difficilmente eludibili.

Nel mondo del giornalismo, ad esempio, diventare adulti professionalmente significava superare un periodo di prova coronato da un “capolavoro”: uno scoop, una trasmissione di successo, un’intervista esclusiva a un grande personaggio. Solo allora arrivava l’assunzione stabile e, con essa, il riconoscimento del proprio status.

Anche in politica esistevano passaggi ritualizzati che tenevano separati i giovani dagli adulti. L’accesso dei primi ai ruoli maggiori era subordinato a un percorso iniziatico fatto spesso di conformismo e allineamento, in cui la sottomissione alle regole del gruppo era parte integrante del passaggio di ruolo.

Babbo Natale, consumismo e invenzione della giovinezza

In questo quadro, l’analisi dell’antropologo Claude Lévi-Strauss sulla figura di Babbo Natale aiuta a leggere le trasformazioni più recenti. Secondo il suo punto di vista, Babbo Natale non sarebbe altro che una figura consumistica, costruita dall’industria – in particolare da quella americana – per disciplinare e organizzare la domanda infantile.

Oggi, tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, si è inserita la categoria dell’adolescenza, un’età che si è estesa fino a coprire un arco che va, di fatto, dai 12 ai 30 anni. Non è solo un dato anagrafico, ma il risultato di un processo culturale complesso: l’invenzione della giovinezza come valore assoluto, cui ha fatto da contraltare la giovanilizzazione degli adulti.

Il modello dominante propone l’idea che tutti debbano essere, e soprattutto restare, giovani. Gli adulti accettano abitudini, linguaggi e stili di vita tipici delle generazioni più giovani, mentre i più giovani faticano a riconoscere un confine netto tra ciò che sono e ciò che dovrebbero diventare.

Il risultato, sottolinea l’editoriale, è che il gruppo degli adulti ha perso il controllo sul passaggio dei giovani dallo stato adolescenziale a quello di donne e uomini compiuti. Senza riti di passaggio chiari e condivisi, la transizione sfuma in una lunga permanenza in una zona grigia dove ruoli, responsabilità e aspettative sociali restano indefiniti.

Riti mancati e classi di inclusione erose

L’assenza di quei riti, un tempo fondamentali per le società industriali, ha prodotto una condizione di fluidità che ha lentamente minato le tradizionali forme di appartenenza. Non si tratta solamente di categorie lavorative o di ceto, ma di veri e propri gruppi identitari: la comunità dei giovani, il mondo degli adulti, le tappe di ingresso e uscita da ciascuna di queste sfere.

Se i confini si spostano o spariscono, diventa più difficile capire quando si acquisiscono diritti e doveri, quando si è autorizzati a prendere decisioni, quando si passa dalla dipendenza alla responsabilità. In questa incertezza si annida una parte del disagio generazionale contemporaneo, che trova nel Natale – momento simbolico di bilanci e tradizioni – un potente specchio culturale.

Un rito di passaggio personale

In questo scenario l’autore, con tono ironico ma consapevole, racconta il proprio rito di passaggio compiuto nel : la comparsa dei primi capelli bianchi. Un segno esteriore minimo, ma che viene rivendicato come simbolo di un ingresso pieno e orgoglioso nell’età adulta.

Rifiutando di aderire a quella fluidità generazionale che mescola giovani e adulti in un indistinto presente eterno, sceglie di riconoscere e difendere il valore dell’essere adulto, con le sue responsabilità ma anche con i suoi privilegi.

Da qui l’augurio finale, legato al Natale: vivere queste feste con le persone che davvero contano, godendo dei piaceri che la modernità, costruita anche attraverso il lavoro di intere generazioni, permette oggi a tutte le età, non più solo a quella giovanile.

Chi è Stefano Bergonzini

Stefano Bergonzini è giornalista professionista, massmediologo e direttore creativo di StudioBergonziniComunicazione, agenzia fondata nel 1996 nel cuore della MotorValley, quando questo termine non era ancora entrato nel linguaggio comune.

Nato a Modena, ha frequentato a lungo il mondo delle competizioni motoristiche collaborando con grandi team come:

Nel 2021 ha pubblicato il libro Il Galateo Social, edito da CDM Edizioni, affrontando i temi dei linguaggi digitali e dei comportamenti sui social network, in un percorso che incrocia comunicazione, cultura e nuove forme di relazione tra le persone.